martedì 14 luglio 2026

RECENSIONE // Bad boy Bubby (1993)

 Trama (da mymovies): Bubby è un trentenne che abita in una sorta di scantinato fatiscente. Con lui c'è la madre, che lo usa a suo piacere. Quando torna il padre Bubby fa una strage ed esce di casa. Trova un mondo completamente sconosciuto, fa una rapina e diventa una rockstar. Tutto ciò lo fa con incantata ingenuità. La regia di De Heer è scarna e antiestetica. Molto bravo l'attore. Il personaggio è tutto sommato una variante sul tema degli alieni o degli estranei al progresso della società ( Oltre il giardino, Boudu salvato dalle acque, Ho fatto splash, L'uomo venuto dall'impossibile, E.T.).

RECENSIONE

"Bad Boy Bubby": il mostro che diventa uomo. La disturbante favola nera di un’anima nata al buio

Ci sono film che non si limitano a raccontare una storia: sembrano piuttosto scoperchiare una ferita, guardarla senza pudore e costringere lo spettatore a confrontarsi con qualcosa di profondamente scomodo. Bad Boy Bubby, diretto nel 1993 dall’australiano Rolf de Heer, appartiene a questa categoria rara e inquietante. E' un'opera che sfugge a qualsiasi classificazione semplice: è dramma psicologico, commedia nera, parabola religiosa, film di formazione, incubo grottesco e, allo stesso tempo, una sorprendente riflessione sulla possibilità di rinascere.

La storia di Bubby è quella di un uomo che, per i primi trentacinque anni della sua vita, non ha mai conosciuto il mondo. Rinchiuso in una casa decadente insieme a una madre manipolatrice e abusante, sottoposto a un’esistenza fatta di isolamento, menzogne e umiliazioni, Bubby vive come una creatura prigioniera, quasi un animale tenuto in cattività. Il suo universo è composto da poche stanze, rituali ripetitivi e una realtà deformata dalla voce materna, che gli insegna che fuori esiste soltanto il pericolo.

L’aspetto più interessante del film è che Bubby non viene presentato come una vittima idealizzata. È una creatura deformata dall’ambiente in cui è cresciuta: infantile, aggressiva, incapace di distinguere il bene dal male, priva degli strumenti emotivi per comprendere gli altri. La sua violenza non nasce da una malvagità innata, ma da una mente mai realmente sviluppata, da un essere umano a cui è stato negato il diritto fondamentale di diventare tale.

Ed è proprio qui che Bad Boy Bubby trova la sua forza: il film non racconta semplicemente la fuga di un prigioniero, ma la nascita di una persona.

Quando Bubby finalmente esce dalla casa e incontra il mondo esterno, lo spettatore vive insieme a lui una seconda nascita. Ogni cosa è nuova: il rumore delle strade, il contatto con altre persone, il sesso, la musica, il linguaggio, la possibilità di scegliere. Il mondo che per chiunque altro è quotidianità, per Bubby è una scoperta quasi mistica. La macchina da presa osserva questa trasformazione con un misto di ironia e compassione: Bubby è goffo, disturbante, spesso socialmente inadeguato, ma lentamente comincia a sviluppare qualcosa che gli era stato negato per decenni: un’identità.

Una delle caratteristiche più sorprendenti del film è proprio il modo in cui riesce a far convivere disgusto e tenerezza. In molte opere un personaggio come Bubby sarebbe stato soltanto un mostro o una vittima. Qui invece è entrambe le cose. E' una persona che ha subito una disumanizzazione totale e che, proprio per questo, ha interiorizzato comportamenti disumani. La domanda centrale non è quindi "Bubby è buono o cattivo?", ma piuttosto: "Che cosa rimane di un essere umano quando gli viene impedito di essere umano?"

Il film utilizza spesso il grottesco e l’assurdo. Alcune scene sembrano appartenere a un teatro dell’assurdo alla Samuel Beckett, altre ricordano il cinema più estremo e provocatorio degli anni Novanta. Tuttavia, dietro la provocazione non c’è mai soltanto il desiderio di scandalizzare. La stranezza di Bad Boy Bubby è funzionale al suo discorso: il mondo visto attraverso gli occhi di Bubby è realmente alieno, perché lui stesso è stato alienato dalla società.

Anche la regia di Rolf de Heer contribuisce a creare questa sensazione di estraneità. Il film è girato con una fotografia sporca, claustrofobica, quasi tattile. Gli ambienti sembrano avere un odore, una consistenza fisica. La casa iniziale è una prigione mentale prima ancora che materiale; il mondo esterno, invece, è caotico e spaventoso, ma anche pieno di possibilità.

Un ruolo fondamentale è giocato dal suono. Bubby, non avendo mai avuto una vera educazione sociale, percepisce il linguaggio in modo particolare: ripete frasi, imita comportamenti, cerca di decifrare gli esseri umani come un antropologo capitato accidentalmente sul pianeta Terra. E' un personaggio che deve imparare tutto da zero, compreso il significato delle relazioni.

La musica assume inoltre un valore quasi salvifico. L'incontro con una band rock rappresenta uno dei momenti più importanti del percorso del protagonista: per la prima volta Bubby non è semplicemente un oggetto osservato dagli altri, ma qualcuno capace di creare qualcosa, di partecipare, di essere riconosciuto. L'arte diventa il luogo in cui una creatura considerata "sbagliata" può finalmente trovare una forma di espressione.

Un altro tema centrale è quello della religione. Il film è attraversato da simboli cristologici: la morte e rinascita, il sacrificio, la possibilità della redenzione. Ma non si tratta di una religiosità tradizionale. La figura di Bubby è quasi quella di un Cristo deformato, un reietto che attraversa l’inferno per arrivare a una forma di consapevolezza. La sua salvezza non arriva dall’alto, ma dall’esperienza, dagli incontri e dalla capacità di imparare ad amare.

Naturalmente Bad Boy Bubby è anche un film difficile da amare. È estremo, crudele, a tratti volutamente respingente. Non cerca mai il consenso dello spettatore. Alcune scene possono risultare disturbanti proprio perché rifiutano qualsiasi filtro rassicurante. Ma la sua durezza non è gratuita: serve a mostrarci cosa accade quando un essere umano viene privato completamente del riconoscimento degli altri.

Il film pone una domanda scomoda: quanto della nostra umanità dipende davvero da noi, e quanto invece è il risultato dell’ambiente che ci ha formato? Se una persona viene cresciuta senza amore, senza educazione, senza possibilità di confronto, possiamo davvero giudicarla con gli stessi criteri con cui giudichiamo chi ha avuto una vita diversa?

Bubby è un personaggio che costringe lo spettatore a sospendere il giudizio. Fa paura, fa pena, irrita e commuove. È una creatura nata nel buio che cerca disperatamente una forma di luce.

Alla fine, Bad Boy Bubby non è la storia di un uomo cattivo che diventa buono. È la storia di un essere umano a cui viene finalmente data la possibilità di diventare (davvero) umano.

Un film imperfetto, sporco, provocatorio e spesso insostenibile, ma anche sorprendentemente umano. Una piccola opera cult capace di rimanere addosso proprio perché non offre risposte facili: ci mette davanti a un mostro e ci obbliga a chiederci se, dietro quel volto deformato, ci sia sempre stata soltanto una persona che aspettava di nascere.

Voto: 9/10