giovedì 29 gennaio 2026

MUSICA: Maneskin - Zitti e buoni


Loro non sanno di che parlo
Vestiti sporchi, fra', di fango
Giallo di siga fra le dita
Io con la siga camminando
Scusami ma ci credo tanto
Che posso fare questo salto
E anche se la strada è in salita
Per questo ora mi sto allenando
E buonasera signore e signori
Fuori gli attori
Vi conviene toccarvi i coglioni
Vi conviene stare zitti e buoni
Qui la gente è strana, tipo spacciatori
Troppe notti stavo chiuso fuori
Mo li prendo a calci 'sti portoni
Sguardo in alto tipo scalatori
Quindi scusa mamma se sto sempre fuori ma
Sono fuori di testa, ma diverso da loro
E tu sei fuori di testa, ma diversa da loro
Siamo fuori di testa, ma diversi da loro
Siamo fuori di testa, ma diversi da loro, no
Io ho scritto pagine e pagine, ho visto sale poi lacrime
Questi uomini in macchina e non scalare le rapide
Ho scritto sopra una lapide, in casa mia non c'è Dio
Ma se trovi il senso del tempo, risalirai dal tuo oblio
E non c'è vento che fermi la naturale potenza
Dal punto giusto di vista, del vento senti l'ebrezza
Con ali in cera alla schiena ricercherò quell'altezza
Se vuoi fermarmi ritenta, prova a tagliarmi la testa perché
Sono fuori di testa, ma diverso da loro
E tu sei fuori di testa, ma diversa da loro
Siamo fuori di testa, ma diversi da loro
Siamo fuori di testa, ma diversi da loro, oh
Mmm, parla, la gente purtroppo parla
Non sa di che cosa parla
Tu portami dove sto a galla
Che qui mi manca l'aria
Parla, la gente purtroppo parla
Non sa di che cosa parla
Tu portami dove sto a galla
Che qui mi manca l'aria
Parla, la gente purtroppo parla
Non sa di che cazzo parla
Tu portami dove sto a galla
Che qui mi manca l'aria
Ma sono fuori di testa, ma diverso da loro
E tu sei fuori di testa, ma diversa da loro
Siamo fuori di testa, ma diversi da loro
E siamo fuori di testa, ma diversi da loro, ah
Siamo diversi da loro

(Oggi ho un fetish per gli autori un po'...)
Canzone che ha inaugurato il successo (transitorio) dei Maneskin a livello internazionale, è una canzone che tutto sommato - a differenza di altre del gruppo - lascia un qualche timido segno, stile "zampatina di gattuccio".
Esprime concetti nei quali - personalmente - mi immedesimo; e se può sembrare un po' "adolescenziale", non mi vergogno di dire che questo pezzo per me non è male, forse non coinvolge al 100%, ma penso si capisca il perché nella fuffa senile di Sanremo ha avuto successo. Non è un pezzo in cui un matusa può immedesimarsi; forse più un adolescente "ribbelle", ma è versatile e si adatta in generale alla condizione umana in una società stretta nella morsa dei dogmi e delle regole - la condizione di esiliati, di "diversi", sputata con orgoglio sul perbenismo ipocrita, patinato, del mondo, che vuole solo voci rassicuranti a vociare - gli altri "zitti e buoni". Bello.

MUSICA: Yungblud feat. Smashing Pumpkins - Zombie


If I was to talk about the words, they would hurt
They would hurt
So if you were to ask about the pain, I would lie
I would lie
To fix my mind
I need time
But it's runnin' out
It's runnin' out
Oh, I know that I can't live without you
But this world will keep turning if you do
Would you even want me looking like a zombie?
Would you even want me, want me, want me?
We could catch a spaceship to the moon, but we'd crash
It wouldn't last
'Cause the world is just a figment of the fools, a blank stare
They don't care
So say yo' prayers
You're almost there
But it's runnin' out
It's runnin' out
Oh, I know that I can't live without you
But this world will keep turning if you do
Would you even want me looking like a zombie?
Would you even want me, want me, want me?
Would you even want me looking like a zombie?
Would you even want me, want me, want me?
Oh, I don't know what I'll turn out to be
But you'll love every moment, believe me
Would you even want me looking like a zombie?
Would you even want me, want me, want me?

Sarà banale ma è sempre bello quando artisti più "d'annata" si mettono in collaborazione con i "giovani" per creare pezzi così. Mi sembra che gli Smashing abbiano cantato i versi più significativi - lasciando il contorno a Yungblud, che nel video sembra un po' schizzato, che avrà assunto?, comunque bella, bella canzone, moderatamente imbarazzati gli Smashing nelle riprese, il che (forse) può essere per qualcuno comprensibile, ma è di grande animo da parte loro dare a Cesare quel che è di Cesare...

domenica 25 gennaio 2026

RECENSIONE // Die my love

NELLA RECENSIONE SONO PRESENTI SPOILER.

Trama (da Mymovies): Grace e Jackson si amano con intensa passionalità e si trasferiscono da New York a un'isolata casa del Montana appartenuta allo zio di lui, morto suicida. Jackson voleva suonare in una band, Grace scrivere il "grande romanzo americano". Ma la giovane donna rimane incinta e la nascita del figlio sposta tutti gli equilibri di coppia: lui accetta un lavoro manuale lontano da casa e lei si ritrova in totale isolamento domestico, con un neonato che richiede tutte le sue attenzioni. Intorno a lei mamme, zie e nonne che dispensano consigli non richiesti, e la madre di Jackson, Pam, che ha da poco perso il marito ed è smarrita quanto Grace. La giovane madre sprofonda in una violenta depressione post partum, Jackson non capisce e fa da parafulmine alla sua disperazione. E lei è tentata dalle attenzioni di un misterioso vicino che passa davanti alla casa isolata in moto, con il volto nascosto da un casco.

"Die my love" è un esperimento "verista", riuscito, sulla vita di una giovane donna affetta da depressione post-partum. 
La situazione di grigiore - angoscia - che ammanta il film è visibile sia dalla sceneggiatura - silenzi prolungati, numerose scene "mute" - sia dalla scelta della fotografia, con la presenza di un perenne "filtro bluastro" a coprire anche le scene più luminose.
In realtà non ce ne sono molte: una presenza costante nel film sono il buio e i cieli grigi. All'inizio vediamo Grace (Jennifer Lawrence) e Jackson (Robert Pattinson) trasferirsi in una sperduta e melanconica casa nel bosco, ancora da sistemare, un tempo appartenuta al suicida fratello di Jackson - il quale si toglie la vita "sparandosi nell'ano" - una morte disgustosa più che tragica, che risuona con il mood che il film vuole trasmettere: la vita è o può essere una schifezza completa, anche se l'arte tenta di romanticizzarne gli aspetti più bassi. E' proprio un verismo nudo e crudo che vediamo srotolarsi con l'andare del film, in scene come quella in cui Grace insulta una cassiera di una bottega che semplicemente simpatizza con il suo bambino Harry, fino al tragico finale: Grace e Jackson in auto, cantando amabilmente una canzone che fa circa "Lui è il mio tesoro / lei è il mio amore / non ci lasceremo mai". Grace è già stata ricoverata in una clinica per disturbi mentali a partire dalla sua conclamata depressione post partum: "Mio figlio è perfetto, è tutto il resto che è orribile". Jackson è venuto a prenderla, con il figlioletto, per riportarla a casa. Fermandosi nelle vicinanze della loro casa nel bosco, Grace pronuncia, con un tono fra l'annoiato e il nauseato, un "Basta" che poi troverà il suo significato nella scena successiva: dà fuoco al bosco che circonda la loro casa e si immerge in esso. Tutto va a fuoco, sia la vita (gli alberi, l'ossigeno che producono) che chi la vive. Jackson la rincorre gridando il suo nome, ma non riesce a trovarla.
Ho guardato il film con un po' di indifferenza - devo ammettere che non sono riuscita ad entrare in empatia pienamente con i personaggi, ma riconosco che probabilmente non era quello a cui il regista puntava: il film è una specie di "sputo" sulla vita, disimpegnato e disinteressato, come a non voler creare nessun legame con lo spettatore, solo sbattergli in faccia un ritratto crudo e sgradevole di cosa sia davvero la depressione - nulla di romantico, nulla di poetico, nulla di idealizzabile, ma un muro di mattoni duro come il titanio che separa da tutto ciò, separando inderogabilmente dalla vita.

Voto: 7/10.


domenica 11 gennaio 2026

RECENSIONE // Frankenstein - Guillermo del Toro

NELLA RECENSIONE SONO PRESENTI SPOILER.

Torno allucinata da una serata con lui, il solito Frankenstein visitato e rivisitato migliaia di volte dai cineasti di tutte le epoche, e questa volta il viaggio è stato di pessimo gusto (anticipo) poiché l'autore di questo ultimo lungometraggio Netflix è un regista che funziona come un lassativo per me, ovvero Guillermo del Toro, già autore di La forma dell'acqua e del film d'animazione Pinocchio (Pinocchio fascista).
E' proprio a partire da Pinocchio che avevo giurato a me stessa di lasciare solo quel regista, solo con le sue creazioni, che piaceranno a tanti ma non sarebbero mai piaciute a me; ma vuoi o non vuoi l'amore per Frankenstein (personaggio e storia) mi ha portata a voler curiosare su una versione diretta da lui - è stato un invito più forte dei miei propositi, uno stuzzicante "e su, dai, dagli un'altra chance!", che ora si muta in una sentenza perentoria: datemi pure (persino!) Tim Burton, ma non vedrò mai più null'altro di Del Toro.

Ciò premesso, andiamo con la recensione del film. Non ho mai letto il capolavoro di Mary Shelley da cui è tratto, nonostante abbia visto diverse versioni cinematografiche (la più ben riuscita resta la versione del 1994 per la regia di Kenneth Branagh, a mio avviso - quella con Elena Bonham Carter nel ruolo di Elizabeth, per intenderci), e non c'è dubbio alcuno che questa sia la peggiore per me.

La storia di Frankenstein la conoscono un po' tutti, qui appare (come nello stile di Del Toro) rivisitata "con quel tocco in più" di inventiva (leggi: scempiaggine) e riscrittura della trama, incentrata per lo più sulle pallose e fredde, insensibili vicende del tronfio, arrogante (narcisista) dottor Frankenstein, per il quale non si può che provare genuino disgusto, se non altro perché da vero ominicchio abbietto come pochi cerca di fregare la fidanzata al fratello (la Elizabeth interpretata da Mia Goth, nient'altro che divertente nell'interpretazione... e come biasimarla...). A un certo punto sei lì che ti chiedi: sto guardando un film horror, o sto guardando Il Segreto?... perché a parte un certo "gusto" pessimo per le interiora umane, non c'è nulla di horror nella prima parte del film.

La cosa peggiore non è nemmeno che di un capolavoro della letteratura (cinematografia) horror Del Toro abbia fatto un melodramma, ma che - grunf grunf - circa a tre quarti di film sussista una scena: la "creatura", che fino a un certo punto (1 ora e 40 di film) ci eravamo abituati a vedere come una belva priva d'anima irrompe arrancando con il suo fare bestiale nella stanza dove Viktor (il padre) giace sfinito, all'interno della nave che all'inizio del film aveva assaltato uccidendo un numero imprecisato di marinai (qui il tocco raffinatissimo di Del Toro che già "ci prepara" ad "empatizzare" con lui... (sarcasmo)), e grugnisce: "Ora la racconto io la storia!" (qualcosa del genere) e davanti alla mia faccia allucinata compare la schermata nera con la scritta: "Parte X: Il racconto della creatura". 

Dio cristo, avevo passato tutto il tempo fino ad allora a borbottare lamentele su come non me ne fregasse nulla della vita privata e degli amori segreti di Viktor Frankenstein (padre), e "ma quando cazzo comincia la storia di Frankenstein creatura?!", ma non avrei mai immaginato che il livello di indifferenza al cringe di Del Toro potesse spingersi fin lì. 

Perché... perché ci viene presentato Frankenstein fino a quel punto come una bestia priva d'anima, e poi sentiamo la seconda parte della storia dalle sue labbra, come se fosse un gentiluomo che potrebbe sedere assieme agli astanti fumando un sigaro e narrando. Incoerenza, vivi qui in questo film?

Il racconto della creatura dovrebbe narrare il punto di vista della creatura, che improvvisamente - ooooh! - è umana: dall'incontro con il vecchio cieco che lo svezza alla lettura che lo appassiona tanto fino a quello con la Elizabeth già innamorata di lei (cioè lui) quando è ancora viva e vegeta (dettaglio non poco cringe, anche questo) - cioè in pieno possesso di tutte le sue facoltà mentali Elisabeth si innamora di un assemblaggio di cadaveri, non si sa come e non si sa perché (misteri dell'Ammore) - così tanto innamorata che, quando Frankenstein irrompe al matrimonio di lei ammazzando tutti compreso il promesso sposo (lo sfigato William, fratello di Viktor), pur di vendicarsi di Viktor che si rifiuta di dargli una compagna ("E poi cosa? Procreare? Puach... Una stirpe di mostri...", questa l'argomentazione: sì, concordo con il fratello di Viktor, il quasi-cornuto William, che lo sputa un attimo prima di morire (unico momento di gloria in tutto il film): è lui il mostro), sussurra sfinita, struggente, rivolta a Frankenstein che la prende in braccio: "Portami via..." (e qui immagino che il viso di Mia Goth non sia stato inquadrato perché non ce l'ha mai fatta a restare seria per quante volte possano aver girato e rigirato la scena).

Insomma, patapim e patapam (cit.), dopo un pezzo che non ho - in tutta franchezza - seguito con attenzione, perché ero già al massimo della capacità di razionalizzare, giungiamo al finale (giungiamo subito al finale): anche questo, rivisitato da Del Toro in chiave "struggente", "strappastorie": se nel film di Branagh del 1994 Frankenstein si lasciava bruciare vivo con il cadavere di suo padre perché morto lui non aveva più senso che continuasse a vivere (e sappiamo che anche secondo la prospettiva di Del Toro le fiamme possono ucciderlo... lo sappiamo per via della scena in cui Viktor dà fuoco al suo laboratorio con la creatura da lui assemblata incatenata all'interno... incendio dal quale Frankenstein creatura si salva per miracolo...), qui ecco che fa capolino il regista moralizzatore che al suono di violini e armoniche strappalacrime si inventa un finale tutto suo: (stupido come il resto del film): Frankenstein dà l'ultimo bacio sulla fronte al suo papino morente, dopo che il suo papino gli ha fatto il - sigh sobh - discorso commovente: "Figlio mio... non puoi morire... allora... (beh, è ovvio), vivi... Perdona me... e perdona se puoi te stesso... (ecc. ecc.)". Vette inesplorate di Cringe. Ultima scena, Frenkenstein creatura tutto solo sui ghiacci che guarda di là dall'orizzonte il sole calante, con gli occhi umidi di lacrime. (A seguire la frase su schermo nero "Il cuore spezzato continua a battere" (ci voleva, dai). Dieci minuti di titoli di coda.)

Anche noi cinespettatori siamo commossi - sono o non sono lacrime quelle che scendono dai miei occhi per il gran ridere?

Voto: 3/10

martedì 6 gennaio 2026

RECENSIONE // La persona peggiore del mondo - Joachim Trier

 NELLA RECENSIONE SONO PRESENTI SPOILER.

Trama: Oslo, oggi. Julie ha quasi trent'anni e non ha ancora scelto la sua strada. È passata dalla medicina alla psicologia alla fotografia e ad ogni scelta si è accompagnata una relazione. Ma la sua vita sembra non cominciare veramente mai finché non incontra Axel, autore di fumetti underground che hanno per protagonista un eroe politicamente scorretto. Julie va a vivere con Axel e si confronta con il mondo esterno - la sua famiglia e il suo "circolo narcisistico", gli amici di Axel - con il costante progetto di fare figli messo sul tavolo (da lui). Ma l'irrequietezza della giovane donna non è ancora terminata, e il destino riserverà sia a lei che ad Axel parecchie sorprese.

Recensione: "La persona peggiore del mondo" sembra all'inizio un titolo quasi adatto per un personaggio come Julie, per quanto ingiusto per descrivere una semplice eterna bambina (Bambi-na, dato che in un pezzo si paragona a Bambi sul ghiaccio); lungo la produzione non è chiaro se soffra o meno di un disturbo di personalità narcisistico o (meglio) borderline. 
Iniziamo il film trovandola indecisa fra medicina, psicologia e fotografia come sbocco professionale (spoiler: fotografia è l'ultima e definitiva scelta), proseguiamo con le sue scorribande sessuali/amorose e proprio quando ci troviamo in alto mare convinti che non ci sia più nulla che possa salvare il film da un'unica triste e deludente stella, terminiamo con il botto: dalla malattia di Axel il film, proprio gli ultimi 30-40 minuti risicati, prende tutta una piega diversa, più (onestamente) seria e davvero toccante. Abbiamo i primi otto-dieci "capitoli" (poiché il film è diviso in capitoli) in cui Julie appare solo una facilina insopportabile e frivola, gli ultimi due-tre in cui rivalutiamo la sua individualità come umana a tutto tondo: difficile empatizzare con la Julie borderline, più facile farlo con la donna adulta che perde il suo bambino mentre si fa una doccia e, nella scena finale, guarda una neomamma (l'attrice della telenovela per cui cura la fotografia) dare un bacio al suo uomo e andare via con lui e il loro bebè.
Il film a mio avviso va valutato positivamente perché riesce nell'intento di mostrare la vita di una donna un po' instabile e tormentata senza veli, filtri ed ipocrisie - abbiamo un occhio diretto, verista, sulla realtà di una ragazza acerba, "puella aeterna" che solo dopo aver conosciuto il lutto e aver piantato i piedi per terra, stabilizzandosi con il lavoro, lontana da droghe e sesso occasionale, con velata malinconia sembra accorgersi del tempo che è passato inutilmente; intuiamo che "la persona peggiore del mondo" è o potrebbe essere il giudizio che la protagonista dedica a se stessa alla fine della vicenda. Il giudizio finale verte più sullo "sconfortante", in senso doloroso - e "positivo" - che sul "brutto".

Voto: 7/10

RECENSIONE // Love, Sex, Dreams (trilogia delle relazioni) - Dag Johan Haugerud

Ho appena finito di guardare la trilogia del cineasta norvegese Dag Johan Haugerud (finora sconosciuto, trovato per caso nella homepage di Mubi) e decido di recensirla, anche se il cinema norvegese - lo sto vedendo anche da altre produzioni - forse non è esattamente nelle mie corde.

Cominciamo dal primo lungometraggio: LOVE

Trama
: Marianne, una dottoressa, e un infermiere, Tor, evitano le relazioni. Dopo essersi incontrati su un traghetto dove Tor cerca incontri casuali, Marianne esplora la possibilità di un'intimità spontanea, mettendo in discussione le norme sociali.

Recensione-mini: Nonostante il titolo, sembra che il focus del film sia il sesso, poiché Marianne si infatua di un uomo (divorziato) ma nel frattempo che viene presa emotivamente (ma non sentimentalmente) da lui, ha un paio di "avventure" grazie all'app di incontri (norvegese?) Grindr. La stessa applicazione viene utilizzata dal suo amico/assistente infermiere Tor, gay dichiarato, che ama fare avanti e indietro su un traghetto visualizzando dall'app quanti uomini omosessuali siano presenti a bordo... e tentando un approccio garbato. E' così che conosce Bjorn, uno psicologo omosessuale che - scoprirà più tardi - è ammalato di cancro alla prostata. E' proprio qui che si esemplifica il senso del titolo, in quanto, nonostante - come Tor spiega con dovizia di particolari - la rimozione della prostata causi fra le altre cose impossibilità di desiderio in un uomo che viene penetrato analmente, Tor, che sembra un "maschio predatore" e interessato esclusivamente al sesso, si lega sentimentalmente a Bjorn e il sentimento sboccia reciprocamente quando si offre di aiutarlo a casa dopo la degenza in ospedale (che è quello in cui lavora come infermiere al fianco di Marianne). Un film affascinante soprattutto per la scenografia e l'intensità delle scene, come anche la romanticizzazione di gesti semplici come un viaggio in traghetto con un telefono in mano a notte fonda. Allorché Tor si innamora di Bjorn, vediamo l'amore nei suoi termini più semplici, la cura dell'altro, cateteri inclusi.

voto: 6/10

Secondo lungometraggio: SEX


Trama: Due colleghi in modi diversi lottano con gli stessi problemi sulla loro sessualità.

Recensione-mini: "Un uomo può scopare con un uomo anche se non è gay (e forse non è bi)", questo è ciò che vuol rivelarci il film - Feier (personaggio principale) può testimoniarlo. Il film inizia con una chiacchierata fra lui e l'amico Avdelingsleder, in un bar: Feier racconta di come abbia scopato con un uomo più vecchio di lui in circostanze casuali, nonostante sia regolarmente sposato con una donna. Successivamente il film si incentra sulla sua crisi di coscienza e sui dialoghi con la moglie. Interessanti digressioni filosofiche sul tema del tradimento e della vera natura del desiderio.

voto: 4/10

Terzo lungometraggio: DREAMS

Trama
: Johanne documenta la sua intensa cotta per la sua insegnante di francese. Sua madre e sua nonna finiscono per leggere questi scritti intimi. Sono entrambe inorridite dai contenuti ma prese dalla potente scrittura e dalla storia.

Recensione-mini: Johanne, adolescente che pratica danza, cade in preda a una cotta adolescenziale per la sua professoressa di francese, Johanna, donna vissuta che non disdegna tranquille attività come lavorare a maglia. Con la scusa delle lezioni di cucito, Johanne entra in casa della prof e il loro rapporto si fa via via più intimo. Nel frattempo scrive un diario o libro sulla sua esperienza di innamoramento. Il libro, che successivamente decide di far leggere alla nonna poetessa, tocca temi un po' intimi e fa dubitare sia lei che la madre di Johanna che non sia avvenuto nulla di illegale. In effetti il cinespettatore è tenuto sul "forse" fino alla fine su questo punto; fino ad un certo punto, tutto ciò che sappiamo è che per quanto l'amore di Johanne sia intenso, è destinato a finire. Qui troviamo di nuovo Bjorn (da LOVE) nei panni dello psicologo di Johanne - mentre la ragazza, finita la seduta con lui (in dubbio se tornare ancora poiché le sedute sono "costose"), torna indietro per prendere la chiavetta dove aveva salvato il suo libro, dimenticata sulla poltrona del terapeuta, incontra Kristin, ex partner di Johanna. Insieme vanno a prendere un caffé... (puntini puntini). Un film carino, una storia strappalacrime (o lacrima strappastorie?): nel suo melenso agitare la superficie dell'acqua di uno stagno troppo profondo per lui, Haugerud ci dà un'idea molto vaga e poco convincente di cosa davvero sia l'esperienza del desiderio, che sia adolescenziale o meno.

voto: 5/10

venerdì 2 gennaio 2026

RECENSIONE // Come ti divento bella

Stanotte facevo zapping sui canali televisivi e mi sono fermata su una commedia leggera di cui avevo sentito parlare. Si tratta di "Come ti divento bella" (I feel pretty) di Abby Kohn e Marc Silverstein.

Trama (da wikipedia): Renee Bennett, con un'evidente e bassissima autostima, sa bene cosa vuol dire non essere accettati da New York, una città in cui contano soprattutto aspetto fisico e apparenza, nonché in una società dove il body shaming è all'ordine del giorno.
Tuttavia un giorno, dopo esser caduta dalla cyclette in palestra (dove si trovava per tentare a tutti i costi di cambiare e dimagrire secondo i "canoni" di bellezza delle riviste) e aver sbattuto la testa, Renee inizia a vedersi in maniera diversa e, nonostante in realtà in lei non sia cambiato nulla, si sente molto più bella e sicura.
Il nuovo atteggiamento le permette di far carriera nella compagnia di cosmetici per cui lavora, di ottenere il rispetto della sua temuta boss Avery LeClair (dell'azienda di cosmetici "Lily LeClair"), di frequentare un ragazzo carino come Ethan e di partecipare a tutte le feste più in.
Quando però la sua fiducia in sé stessa si trasforma in eccessiva sicurezza e i suoi comportamenti iniziano a non esser più corretti, Renee capirà che ciò che conta di più nella vita è la bellezza interiore.


recensione: Sul film non c'è molto altro da dire se non la trama stessa, che assomma in sé sia lo svolgimento dei fatti che la banalità della produzione. "Come ti divento bella" è più che mai quel che si definisce oggi un "filmetto", disimpegnato, più disimpegnato ancora di un "libro da ombrellone": retorica già vista, trita e ritrita, sulla "bellezza interiore" che non lascia nel telespettatore nulla se non il vuoto più completo e quel dubbietto stuzzicante de "Sono stata/stato preso per i fondelli (per 110 minuti)?". Il film di Amy Schumer (che a quanto leggo è una comica statunitense) dubita esso stesso del messaggio (qualunque esso sia) di cui si fa veicolo: parte col discorsetto sulla sicurezza in se stessi, e però poi, effettivamente, la sicurezza in se stessi non è tutto, se non parliamo (al limite) di un semplice miglioramento della qualità della vita (ma spesso non è tutto neanche in quello) (spesso cioè, sempre), quindi fa un'inversione a U e ci propone la sdolcinata tesi da soldo bucato del "Quello che conta è la bellezza interiore". 
Non si capisce insomma cosa dovremmo recepire, noi telespettatori (o cinespettatori) da questo lungometraggio: "basta credere in sé"? "Se sei brutta, sei brutta; tuttavia pensa alla bellezza di dentro!"? Ok, ma questo sa di "già visto"... e soprattutto, non è di nessun conforto. Possiamo dire dunque che il film non sia riuscito nell'obiettivo che sembrava proporsi di essere un messaggio di consolazione per chi vive il disagio di una bassa autostima correlata a un'estetica carente. Sembra più un pesce gettato sul banco della pescheria, che si contorce vanamente finché finalmente non smette di vivere.
Perché Renee resta banalotta fisicamente, mentre le sue colleghe dell'azienda di cosmetici... quel che erano sin dall'inizio: alte, magrissime, bellissime. Non è (nemmeno) smuovendo il tassello della "sicurezza di sé" che sarai riconosciuta, perché anche se c'è una componente soggettiva nella bellezza, cioè a dire, ciò che l'autostima che determina il portamento, e ciò che il sentimento interiore comunica, c'è la verità ineluttabile che Amy Schumer non è ovviamente diventata una top model solo credendo di esserlo, così come nel "mondo reale" non sarebbe probabilmete riuscita nemmeno ad avanzare di grado quanto a reazioni positive e incoraggianti da parte delle colleghe e del capo - nell'ambientazione in causa, il mondo iper-competitivo e ossessivamente fissato con l'estetica di una grande azienda di cosmetici-beauty di New York. 
Una commedia che ha il pregio di non osare più di quanto possa proporre, intrattenimento (molto, molto, molto, molto... ecc.) blando per menti stanche dalla giornata lavorativa. 

Voto: 1/10