RECENSIONE // Come ti divento bella

Stanotte facevo zapping sui canali televisivi e mi sono fermata su una commedia leggera di cui avevo sentito parlare. Si tratta di "Come ti divento bella" (I feel pretty) di Abby Kohn e Marc Silverstein.

Trama (da wikipedia): Renee Bennett, con un'evidente e bassissima autostima, sa bene cosa vuol dire non essere accettati da New York, una città in cui contano soprattutto aspetto fisico e apparenza, nonché in una società dove il body shaming è all'ordine del giorno.
Tuttavia un giorno, dopo esser caduta dalla cyclette in palestra (dove si trovava per tentare a tutti i costi di cambiare e dimagrire secondo i "canoni" di bellezza delle riviste) e aver sbattuto la testa, Renee inizia a vedersi in maniera diversa e, nonostante in realtà in lei non sia cambiato nulla, si sente molto più bella e sicura.
Il nuovo atteggiamento le permette di far carriera nella compagnia di cosmetici per cui lavora, di ottenere il rispetto della sua temuta boss Avery LeClair (dell'azienda di cosmetici "Lily LeClair"), di frequentare un ragazzo carino come Ethan e di partecipare a tutte le feste più in.
Quando però la sua fiducia in sé stessa si trasforma in eccessiva sicurezza e i suoi comportamenti iniziano a non esser più corretti, Renee capirà che ciò che conta di più nella vita è la bellezza interiore.


recensione: Sul film non c'è molto altro da dire se non la trama stessa, che assomma in sé sia lo svolgimento dei fatti che la banalità della produzione. "Come ti divento bella" è più che mai quel che si definisce oggi un "filmetto", disimpegnato, più disimpegnato ancora di un "libro da ombrellone": retorica già vista, trita e ritrita, sulla "bellezza interiore" che non lascia nel telespettatore nulla se non il vuoto più completo e quel dubbietto stuzzicante de "Sono stata/stato preso per i fondelli (per 110 minuti)?". Il film di Amy Schumer (che a quanto leggo è una comica statunitense) dubita esso stesso del messaggio (qualunque esso sia) di cui si fa veicolo: parte col discorsetto sulla sicurezza in se stessi, e però poi, effettivamente, la sicurezza in se stessi non è tutto, se non parliamo (al limite) di un semplice miglioramento della qualità della vita (ma spesso non è tutto neanche in quello) (spesso cioè, sempre), quindi fa un'inversione a U e ci propone la sdolcinata tesi da soldo bucato del "Quello che conta è la bellezza interiore". 
Non si capisce insomma cosa dovremmo recepire, noi telespettatori (o cinespettatori) da questo lungometraggio: "basta credere in sé"? "Se sei brutta, sei brutta; tuttavia pensa alla bellezza di dentro!"? Ok, ma questo sa di "già visto"... e soprattutto, non è di nessun conforto. Possiamo dire dunque che il film non sia riuscito nell'obiettivo che sembrava proporsi di essere un messaggio di consolazione per chi vive il disagio di una bassa autostima correlata a un'estetica carente. Sembra più un pesce gettato sul banco della pescheria, che si contorce vanamente finché finalmente non smette di vivere.
Perché Renee resta banalotta fisicamente, mentre le sue colleghe dell'azienda di cosmetici... quel che erano sin dall'inizio: alte, magrissime, bellissime. Non è (nemmeno) smuovendo il tassello della "sicurezza di sé" che sarai riconosciuta, perché anche se c'è una componente soggettiva nella bellezza, cioè a dire, ciò che l'autostima che determina il portamento, e ciò che il sentimento interiore comunica, c'è la verità ineluttabile che Amy Schumer non è ovviamente diventata una top model solo credendo di esserlo, così come nel "mondo reale" non sarebbe probabilmete riuscita nemmeno ad avanzare di grado quanto a reazioni positive e incoraggianti da parte delle colleghe e del capo - nell'ambientazione in causa, il mondo iper-competitivo e ossessivamente fissato con l'estetica di una grande azienda di cosmetici-beauty di New York. 
Una commedia che ha il pregio di non osare più di quanto possa proporre, intrattenimento (molto, molto, molto, molto... ecc.) blando per menti stanche dalla giornata lavorativa. 

Voto: 1/10

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