RECENSIONE // Frankenstein - Guillermo del Toro
NELLA RECENSIONE SONO PRESENTI SPOILER.
Torno allucinata da una serata con lui, il solito Frankenstein visitato e rivisitato migliaia di volte dai cineasti di tutte le epoche, e questa volta il viaggio è stato di pessimo gusto (anticipo) poiché l'autore di questo ultimo lungometraggio Netflix è un regista che funziona come un lassativo per me, ovvero Guillermo del Toro, già autore di La forma dell'acqua e del film d'animazione Pinocchio (Pinocchio fascista).
E' proprio a partire da Pinocchio che avevo giurato a me stessa di lasciare solo quel regista, solo con le sue creazioni, che piaceranno a tanti ma non sarebbero mai piaciute a me; ma vuoi o non vuoi l'amore per Frankenstein (personaggio e storia) mi ha portata a voler curiosare su una versione diretta da lui - è stato un invito più forte dei miei propositi, uno stuzzicante "e su, dai, dagli un'altra chance!", che ora si muta in una sentenza perentoria: datemi pure (persino!) Tim Burton, ma non vedrò mai più null'altro di Del Toro.
Ciò premesso, andiamo con la recensione del film. Non ho mai letto il capolavoro di Mary Shelley da cui è tratto, nonostante abbia visto diverse versioni cinematografiche (la più ben riuscita resta la versione del 1994 per la regia di Kenneth Branagh, a mio avviso - quella con Elena Bonham Carter nel ruolo di Elizabeth, per intenderci), e non c'è dubbio alcuno che questa sia la peggiore per me.
La storia di Frankenstein la conoscono un po' tutti, qui appare (come nello stile di Del Toro) rivisitata "con quel tocco in più" di inventiva (leggi: scempiaggine) e riscrittura della trama, incentrata per lo più sulle pallose e fredde, insensibili vicende del tronfio, arrogante (narcisista) dottor Frankenstein, per il quale non si può che provare genuino disgusto, se non altro perché da vero ominicchio abbietto come pochi cerca di fregare la fidanzata al fratello (la Elizabeth interpretata da Mia Goth, nient'altro che divertente nell'interpretazione... e come biasimarla...). A un certo punto sei lì che ti chiedi: sto guardando un film horror, o sto guardando Il Segreto?... perché a parte un certo "gusto" pessimo per le interiora umane, non c'è nulla di horror nella prima parte del film.
La cosa peggiore non è nemmeno che di un capolavoro della letteratura (cinematografia) horror Del Toro abbia fatto un melodramma, ma che - grunf grunf - circa a tre quarti di film sussista una scena: la "creatura", che fino a un certo punto (1 ora e 40 di film) ci eravamo abituati a vedere come una belva priva d'anima irrompe arrancando con il suo fare bestiale nella stanza dove Viktor (il padre) giace sfinito, all'interno della nave che all'inizio del film aveva assaltato uccidendo un numero imprecisato di marinai (qui il tocco raffinatissimo di Del Toro che già "ci prepara" ad "empatizzare" con lui... (sarcasmo)), e grugnisce: "Ora la racconto io la storia!" (qualcosa del genere) e davanti alla mia faccia allucinata compare la schermata nera con la scritta: "Parte X: Il racconto della creatura".
Dio cristo, avevo passato tutto il tempo fino ad allora a borbottare lamentele su come non me ne fregasse nulla della vita privata e degli amori segreti di Viktor Frankenstein (padre), e "ma quando cazzo comincia la storia di Frankenstein creatura?!", ma non avrei mai immaginato che il livello di indifferenza al cringe di Del Toro potesse spingersi fin lì.
Perché... perché ci viene presentato Frankenstein fino a quel punto come una bestia priva d'anima, e poi sentiamo la seconda parte della storia dalle sue labbra, come se fosse un gentiluomo che potrebbe sedere assieme agli astanti fumando un sigaro e narrando. Incoerenza, vivi qui in questo film?
Il racconto della creatura dovrebbe narrare il punto di vista della creatura, che improvvisamente - ooooh! - è umana: dall'incontro con il vecchio cieco che lo svezza alla lettura che lo appassiona tanto fino a quello con la Elizabeth già innamorata di lei (cioè lui) quando è ancora viva e vegeta (dettaglio non poco cringe, anche questo) - cioè in pieno possesso di tutte le sue facoltà mentali Elisabeth si innamora di un assemblaggio di cadaveri, non si sa come e non si sa perché (misteri dell'Ammore) - così tanto innamorata che, quando Frankenstein irrompe al matrimonio di lei ammazzando tutti compreso il promesso sposo (lo sfigato William, fratello di Viktor), pur di vendicarsi di Viktor che si rifiuta di dargli una compagna ("E poi cosa? Procreare? Puach... Una stirpe di mostri...", questa l'argomentazione: sì, concordo con il fratello di Viktor, il quasi-cornuto William, che lo sputa un attimo prima di morire (unico momento di gloria in tutto il film): è lui il mostro), sussurra sfinita, struggente, rivolta a Frankenstein che la prende in braccio: "Portami via..." (e qui immagino che il viso di Mia Goth non sia stato inquadrato perché non ce l'ha mai fatta a restare seria per quante volte possano aver girato e rigirato la scena).
Insomma, patapim e patapam (cit.), dopo un pezzo che non ho - in tutta franchezza - seguito con attenzione, perché ero già al massimo della capacità di razionalizzare, giungiamo al finale (giungiamo subito al finale): anche questo, rivisitato da Del Toro in chiave "struggente", "strappastorie": se nel film di Branagh del 1994 Frankenstein si lasciava bruciare vivo con il cadavere di suo padre perché morto lui non aveva più senso che continuasse a vivere (e sappiamo che anche secondo la prospettiva di Del Toro le fiamme possono ucciderlo... lo sappiamo per via della scena in cui Viktor dà fuoco al suo laboratorio con la creatura da lui assemblata incatenata all'interno... incendio dal quale Frankenstein creatura si salva per miracolo...), qui ecco che fa capolino il regista moralizzatore che al suono di violini e armoniche strappalacrime si inventa un finale tutto suo: (stupido come il resto del film): Frankenstein dà l'ultimo bacio sulla fronte al suo papino morente, dopo che il suo papino gli ha fatto il - sigh sobh - discorso commovente: "Figlio mio... non puoi morire... allora... (beh, è ovvio), vivi... Perdona me... e perdona se puoi te stesso... (ecc. ecc.)". Vette inesplorate di Cringe. Ultima scena, Frenkenstein creatura tutto solo sui ghiacci che guarda di là dall'orizzonte il sole calante, con gli occhi umidi di lacrime. (A seguire la frase su schermo nero "Il cuore spezzato continua a battere" (ci voleva, dai). Dieci minuti di titoli di coda.)
Anche noi cinespettatori siamo commossi - sono o non sono lacrime quelle che scendono dai miei occhi per il gran ridere?
Voto: 3/10


In linea generale, concordo. Non mi è piaciuto, non mi piace Guillermo del Toro. ma ti assicuro che non è il peggior Frankenstein.
RispondiEliminaC'è sempre "Frankenstein Junior", di peggiore. Ah, dici che è una parodia? :)
EliminaUn saluto.